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Questo blog vi genera dipendenza acuta? vi piace?? o secondo voi dà nuovi contenuti al termine sadomasochismo???
Lasciatemi comunque un segno del vostro passaggio...
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domenica, 27 giugno 2004, alle 10:47

Forse, e dico forse, c'è una Quinta che soddisfa grandemente le mie aspettative. E' quella diretta da Herbert von Karajan nel 1963. Mi raccomando l'annata!! in quanto il sommo direttore ha registrato diversi cicli beethoveniani nella sua carriera, non tutti altrettanto felici nell'esito.
Fa parte di un cofanetto a medio prezzo. Nonché, se ancora in stampa, della Beethoven-edition edita dalla Deutsche Grammophon.

Turandot: finali comparati. La linea di canto nel finale di Berio rimane immutata rispetto al classico happy ending Alfaniano.
Berio innova dunque di forbice e cesello: sfronda il libretto delle sue ridondanze e lavora su un vero e proprio sottobosco orchestrale di suggestioni, nel quale contemporaneo è - come non sempre - sinonimo di lussureggiante.
I momenti di maggiore tensione innovativa sono il lungo episodio strumentale del bacio (prima di Ah! mio fiore mattutino), pienamente "inizio novecento" per apparentementi stilistici. Oltre che la chiusa già citata, in cui la morbidezza enigmatica dei toni si affianca ad una ricapitolazione tematica: due aspetti "procedurali" che ricordano da vicino il finale del Concerto per violino di Alban Berg.
Da notare la diversa distribuzione tematica: nel finale di Alfano domina, in coda, il tema del Nessun dorma! ripreso dal coro. Berio generalmente dà la prevalenza al tema iniziale dell'opera, che liquidamente si spande nel primo dei due episodi ricordati sopra, per prorompere in coda (entrando meravigliosamente una seconda sotto al coro, che senza parole commentava lo spirare di amor sulle labbra di Turandot). E poi fondersi anche qui col celeberrimo ma il mio mistero è chiuso in me.
Anche Turandot (so il tuo nome!) recupera accuratamente la cellula tematica usata da Puccini al momento della formulazione degli enigmi.

Detto questo prometto solennemente di volgermi ad altre tematiche, dacché mi sono accorto che sto occupando la vostra attenzione solo con Beethoven e Puccini.
In questi giorni mi ritrovo lontano da cd stores, e non posso viaggiare più di tanto. Ma forse c'è un negozio a portata di bici, in tal caso mi sceglierò qualcosa della naxos (le finanze respirano) da potervi recensire.
In pegno vi lascio in sottofondo un pezzettino del finale beriano.










mercoledì, 23 giugno 2004, alle 00:02

Sto dividendomi tra alcune letture assolutamente italiane e in quanto tali consolatorie, visto che l'Europa fino al quattro luglio farà allegramente a meno di noi.
La prima (68k circa) è dedicata ad un autentico genio direttoriale, su cui mi sono già speso qua e là: Victor de Sabata, a ricordo del quale Mario Biondi si produce in un delizioso affresco storico-esegetico, certosinamente ripreso da Seneca sul newsgroup.
Dobbiamo a questo grande direttore alcune mirabolanti testimonianze dell'esplosione di una certa Maria Callas, indimenticabile nella sua Tosca (senza dubbio "la" Tosca) ma anche nel Macbeth inciso dal vivo.
Proprio la citata opera pucciniana, inarrivabile nel cast di interpreti (Callas/Di Stefano/Gobbi), testimonia la assolutezza dell'arte interpretativa del maestro triestino, che, pur mettendo perfettamente a loro agio i solisti, conferisce una nobiltà ed una raffinatezza alla (a volte liquidata, spesso giudicata sbrigativamente) tessitura orchestrale che lascia sbalorditi. Si potrebbe quasi parlare di strumentalità narrativa, a tal punto la musica sembra assumere fulgidamente dimensioni rappresentative che trascendono il fatto cromatico. Un esempio per tutti: solitamente coperto dagli applausi per il tenore, l'episodio strumentale di raccordo tra la celeberrima E lucean le stelle e il duetto ah! Franchigia a Floria Tosca... è assolutamente splendido nel suo sorgere e nel dipanarsi crescendo e "stringendo". L'arrivo di Tosca è il sorgere di una (ahimé fallace) nuova alba di speranza dalle macerie di un compianto. Con De Sabata sembra proprio, ascoltando, di vedere la figura della amata stagliarsi progressivamente nel canto, dall'indistinto....

Seconda lettura: dimenticato in qualche scaffale il dottor Zivago, mi sono fatto ovviamente incuriosire da una trama:

...è la rappresentazione corale della vita di un rione popolare di Firenze negli anni del dopoguerra. Protagonisti sono alcune giovani donne, belle, fiere e innmamorate dello stesso uomo, Bob, il rubacuore del quartiere. Da Casanova di rione Bob giostra tra le sei ragazze facendole spasimare, ovviamente innamorato solo di se stesso e del suo ruolo. Il suo regno è però destinato a finire senza gloria: le belle sanfredianine unite gli giocheranno la più atroce delle beffe. Tutto il romanzo si svolge con un ritmo narrativo rapido e giocoso, con un taglio teatrale nei dialoghi, spesso ammiccanti al vernacolo fiorentino, e costituisce quasi un garbato divertissement letterario, una pausa all'interno di una narrativa dalla costante drammatica.

Non pensate male ovviamente si tratta di qualcosa di sganciato dalla mia realtà personale. A parte il nick (che nel mio caso viene da molto più lontano, oltreoceano addirittura...)
E l'affresco dedicato alla mia bellissima città...che finalmente è tornata in serie A
Me lo son comprato oggi. Capito di che si tratta?












sabato, 19 giugno 2004, alle 22:54
...e se l'Italia -come purtroppo è probabile - abbandonerà il proscenio, viva la Repubblica Ceca, che, oltre a giocare un gran football, è guidata da un ct che si chiama Bruckner, ed il cui fantasista (Rosicky) viene soprannominato il piccolo Mozart...



domenica, 06 giugno 2004, alle 20:44
...E' strano notare che i violinisti brutti hanno sempre delle mogli belle: questo indica che hanno un magnetismo particolare. Sono come i tenori, la loro anima è un generoso miscuglio che contiene anche una buona parte di volgarità.
Yehudi Menuhin , da Diapason France dello scorso mese.




giovedì, 03 giugno 2004, alle 12:57
LUTTO NELLA LIRICA, MORTO IL BASSO NICOLAI GHIAUROV, MARITO DI MIRELLA FRENI. DI ORIGINE BULGARA, AVEVA 75 ANNI.
Milano (Angelo Foletto) - E' morto improvvisamente ieri il cantante lirico Nicolai Ghiaurov. Non in palcoscenico, dove tante volte era caduto in deliquio teatrale indimenticabile come Boris o Kovanskij, come Don Giovanni o Mefistofele. Aveva 75 anni. Nato in Bulgaria, cittadino italiano, marito di Mirella Freni. Esordiente come attore, debuttò come Basilio a Sofia nel 1955, due anni dopo era al Bolscioi nel Boris Godunov, la sua opera simbolo: spartito di cui ha interpretato tutti i ruoli di basso e che ha cantato in ogni teatro del mondo sia nella versione russa (anche con Herbert von Karajan) sia in quella originale (preparata con Claudio Abbado), oltre che più volte in italiano. Filippo II, Attila, Fiesco, Padre Guardiano, Zaccaria, Banco, Ramfis e via dicendo: cantante-attore straordinario Ghiaurov ha regalato ai ruoli verdiani una statura vocale e poetica modernissima e memorabile. Non meno storica la sua presenza di interprete della letteratura operistica russa e, nei primi anni, rossiniana e mozartiana.
Voce unica e inconfondibile, impasto felice di vibrante timbro slavo e nobile lucentezza italiana, Ghiaurov negli ultimi anni - oltre ad affrontare nuovi ruoli, come quello di Dosifej in Kovanchina - cantava spesso e con sempre maggiore trasporto in Evgenij Onegin, forse perché racconta del sorridente matrimonio tra un nobile basso e un tenero soprano. Ed era facile trovare Nicola (come lo chiamavano a Modena dove abitava) in teatro per ascoltare e spalleggiare la sua Mirella; e vedere lui, abituato a essere zar e imperatore sulla scena, ogni volta smarrito, emozionato e poi felice negli occhi cerulei: come un fidanzato.

da "Repubblica" , oggi,  pag. 46.

Questo blog si unisce nel dolore a Madame Freni e vuole anche ricordare l'instancabile attività didattica della coppia nell'ambito del C.U.Be.C. (Centro Universale del Bel Canto) a Vignola (qui alcune info).









mercoledì, 02 giugno 2004, alle 18:56
buona azione: ho salvato un passerottino implume, caduto dal nido e con l'aluccia sinistra spezzata, dalle grinfie di un gattastro randagio che lo stava già assaggiando.
Battezzatolo "Bettino" vista la difficoltà a portarlo a raziocinio gastronomico (!), l'ho imboccato col contagocce tutto il pomeriggio, aprendogli il beccuccio a forza, e lui mi ha ringraziato con una quantità di escrementi pari ad 1,5 volte il suo peso (fortuna che l'ho messo in una scatola da scarpe); poi l'ho lasciato all'oasi wwf vicino casa dove mi han detto guarirà completamente.
E' stato triste separarsi ma più di qualche goccia di latte non ero riuscito a dargli, invece gli esperti del centro gli han dato una pastoia di vermi e l'ha trangugiata tutta!!
Domani forse torno a vedere come sta.
Se - come dice il Talmud - "chiunque salva una vita salva il mondo intero", potremmo dire che mi sento come se avessi salvato una specie...







martedì, 01 giugno 2004, alle 11:11
Ascoltando diffusamente la Quinta e la Settima di Beethoven  (quest'ultima anche stamane su Sky Classica), dirette da Carlos Kleiber, si rafforza in me un metro di giudizio per cui il grande interprete è colui in grado di mettere in discussione una tua consolidata percezione musicale.
Sono cresciuto, con Beethoven, ascoltando Furtwangler e Bernstein, Karajan, Klemperer. Ho sempre avuto poco conto della versione di Carlos Kleiber. Che normalmente è osannata praticamente da tutti.
Il direttore teutonico-argentino è sicuramente il massimo esecutore vivente. I suoi tratti distintivi sono l'estrema significanza e musicalità del gesto - vederlo dirigere è un vero spettacolo - e, unita ad un carattere a dir poco difficile, la essenzialità del repertorio: pare che una volta abbia detto "tengo concerti solo quando mi accorgo che le mie finanze scarseggiano...".
Il suo approccio al repertorio tardoromantico è probabilmente inarrivabile. Ascoltare e possibilmente godersi in video il suo Rosenkavalier di Strauss è un'esperienza appagante, nella quale la magniloquenza orchestrale ed insieme la cura del dettaglio giungono alla perfezione.
Avverto, purtroppo, questi germi tardoromantici anche nel suo Beethoven. Cui viene donato un fulgore fuori del comune, anche per mezzo di orchestre sfavillanti e senza la minima sbavatura come il Concertgebouw o la Wiener; ma che talvolta giunge ad avere una maturità ed una pienezza che in pratica affranca il prodotto beethoveniano dal suo tormentato e quaresimale autore.
Questo a mio giudizio, e - credo - con poca significanza per chi invece assume (bernsteiniani) che il messaggio sinfonico di Beethoven sia quanto di più universale e distaccato dal rovello esistenziale del suo autore.
Rimane comunque la grande, oggettivamente grande, esecuzione, che da un lato - ciò che accennavo all'inizio - mi mostra come alcune idee interpretative già acquisite in passato siano in realtà pienamente revocabili in dubbio, ed insieme mi "costringe" a pensare per la ennesima volta a quanto sia azzeccata la definizione, che ritrovate qualche post più sotto, di Schnabel. Beethoven, come Mozart, si mostra sfuggente, ed è davvero difficile coglierne tutti i caratteri in un solo episodio esecutivo.
Per lo stesso motivo sceglierne, tra le tante, un'integrale sinfonica di riferimento è comunque un potenzialmente dannoso atto di semplificazione. Quasi sicuramente per comprendere opere come la Quinta (ora come ora la ritengo la più complessa nello spirito) occorre familiarizzare con più approcci.
Forse il magistero di Furtwangler può essere il fine tessuto entro cui innestare altri ricami.