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Questo blog vi genera dipendenza acuta? vi piace?? o secondo voi dà nuovi contenuti al termine sadomasochismo???
Lasciatemi comunque un segno del vostro passaggio...
[problemi? Leggi qui]

giovedì, 30 settembre 2004, alle 10:05

lo scorso sabato, oltre a regalare Schumann, ho acquistato anche un cd per me. Principalmente con l'intento di conosocere meglio i 44 duetti per violino di Bartok, datati 1931.
Li sto ascoltando ora, in una giornata di indecisione atmosferica.
La consueta maestria, anche nel conoscere e trattare le possibilità del violino, del tutto paragonabile a quella - più conclamata - verso il pianoforte.
Opera assolutamente parallela a Microcosmos per piano, salvo il fatto che la creazione di quest'ultimo ciclo, più mastodontico, accompagna il compositore in una buona tranche della sua vita artistica, e non si esaurisce in un anno solo.
Ma lo spirito è identico. Molto didascalico - concede poco al Bartok più secco, pungente, salace, sardonico (Due ritratti, Contrasts).
Come identico è, per converso alla mancato mordente, l'interesse "topografico" verso il folklore locale. Reso ancor più suggestivo dal fatto che, poiché entrambe le raccolte sono una sorta di gradus ad Parnassum, cioè vanno dal tecnicamente più semplice al più proibitivo, le "Danze popolari" siano sempre viste e rappresentate come vertice del virtuosisimo.
In Microcosmos la chiusura è affidata alle sei vorticose danze popolari bulgare. Qui il quarto libro si connota di accenti serbi e rumeni - valacchi (la regione di Bucarest e Plojesti) e transilvani (la regione di Bistrita).

L'esecuzione, affidata all'ungherese Gyorgy Pauk, accompagnato da Kazuki Sawa, è di livello più che buono.
Ovviamente l'altra parte del disco, cioè la Sonata per violino solo, si scontra con una esecuzione inarrivabile, quella di Yehudi Menuhin, che in questo disco (che ho già citato e vi consiglierò fino alla noia - oltretutto è a medio prezzo) realizza un vero e proprio magistero interpretativo nei confronti di essa e - insieme a Furtwangler - di quel capolavoro della letteratura concertistica che è il Concerto per violino numero due.
Ma anche Pauk si trova a proprio agio nell'esplorare la sonata e la sua suggestiva (ed evidente sin dalla prima cavata della Ciaccona di apertura) matrice bachiana, concreta forma organizzatrice - più che mero nume tutelare - di un linguaggio moderno e del tutto particolare.











giovedì, 30 settembre 2004, alle 09:29
su Blob ieri c'era il Merolone che rifletteva sulle valenze del tempo.
Come posso competere? Ritiro tutto...




martedì, 28 settembre 2004, alle 12:16

Non potendo campionarlo in mp3 da qui, ho messo in sottofondo MIDI il famoso Arabeske op.18 di Robert Schumann. Che mi "perseguita" - prima ascoltato nella già commentata versione di Economou (ossimoro lingustico, in quanto per niente "economo" quanto a slanci!); poi regalato a sigillo preventivo (altro ossimoro) di una bella serata; infine riascoltato stamani nell'esecuzione di Wilhelm Kempff, stavolta in una maggior fissità metrica ed emozionale, di accenti e misure, che forse deriva più dal cromosomicamente imperturbabile interprete che da una scelta ad hoc, ragionata e precisa.

Sabato ho pensato molto al tempo. Sabato era il tempo, in rapporto al mio ed all'altrui vissuto.
E il previo ascolto della trascinante e romantica versione di Economou ha convogliato, a scoppio ritardato come sempre, i miei pensieri non sulla essenza del tempo (come avrebbe potuto fare la lettura di Mann), né sul binomio proustiano perdita-ritrovamento...
Ero focalizzato su come il concetto - ampio - di "romanticismo" implichi un rapporto di (apparente) sovranità sul tempo.
Si ruba il tempo sulla tastiera, magari restituendolo, se non esasperandolo, in un secondo momento: in un falsopiano della partitura, in un lucido intervallo tra sofferenze, prima di arrancare un'altra volta, con foga...

[Per esempio, benché non definita nell'esecutore e tecnicamente non impeccabile, la versione MIDI che state ascoltando è molto più "romantica" di quest'altra.]

Sto prendendo coscienza di questa alterazione del tempo anche nel mio gestire le cose della vita.
Bramosia, ingordigia - contrazione.
(dolore - contrizione).
In altri momenti, indebita rarefazione. L'immoto specchio tirrenico che durante tutta la giornata ha dilatato, quasi lisergico, l'essenza stessa - non solo l'immagine - di sole e luna sempiena...
...e grazie a questo riflesso, non chiuso in sé ma generoso verso i volti delle persone, provare ancora l'istinto di raggrumare il tempo (razionale, fisso, logico, auspicabile, indolore)!!! ingoiando persino lo spazio, le distanze - definite ma insieme ambigue, ancipiti in rapporto al tempo futuro...
Lo spazio, definito in se stesso ma sempre oscuro in rapporto alla sua proiezione...

E' difficile, per una persona romantica, o forse solo manchevole, imparare il tempo fisso.

(dello spazio invece riparleremo, presto o tardi, in rapporto ad una regia wagneriana).











venerdì, 24 settembre 2004, alle 22:04
"Non ci sono risposte, soltanto scelte"
(Solaris)




venerdì, 24 settembre 2004, alle 13:40
da domani e per ogni sabato, alle 8.45 (in coda al TG5 mattutino), "Loggione", la nuova rubrica di classica ed opera.



venerdì, 24 settembre 2004, alle 10:23

Ho intrapreso le prime incombenze mattutine al suono di Classica, con le ballate di Brahms eseguite da Benedetti Michelangeli, e l'Arabesque di Schumann interpretato da Nicolas Economou.
Non c'è autore più autunnale di Brahms. La fragile pienezza, l'opulenza timbrica, lenta, ma giocata su un fragile equilibrio malinconico, fa pensare ai tramonti, alle giornate perfette ma sempre più corte; ai grappoli d'uva tronfi ed ubertosi ma destinati a morire nella vendemmia per continuare a vivere; al fiammeggiare delle foglie di vite americana...
Queste ballate dal sapore antico (la prima su vecchi temi scozzesi) sono eseguite con la massima consapevolezza di questi caratteri, come una vera dialettica meditazione sulla impermanenza del bello e sulla difficoltà di accettarne il decadimento.

Lo sfortunato pianista cipriota, che mi ha sempre messo sulla difensiva per la sua estrema versatilità creativa, concede un'interpretazione davvero - in sintonia col presentatore - magistrale. Assolutamente in accordo con le sue inclinazioni, assolutamente senza freni nel concedere (anche coraggiosamente) a Schumann un pellegrinaggio quanto più devoto sulla tomba di Chopin. Colpisce la padronanza del tempo, quasi un demiurgo che lo estende e lo contrae a suo piacimento, trasformando le note in gradini di una scala verso il proprio intimo...





giovedì, 23 settembre 2004, alle 00:05

ho ultimato la lettura di Enigma in luogo di mare, ultimo romanzo "giallo" nella tragicamente conchiusa parabola congiunta di Fruttero & Lucentini.
Devo dire che non vi ho trovato la felicità narrativa e l'invenzione tissutale del primo loro romanzo, La donna della domenica. Il quale tanto mi avvinse anche per la felice rappresentazione - in chiave giallistica - di un establishment sociale borghese annoiato e sterile, del tutto paragonabile a quello (peraltro inarrivabile) di Ennio Flaiano nei suoi diari.
In questa ultima prova, datata 1991, una certa stanchezza della trama e la minor freschezza della caratterizzazione trovano - per il classicomane bob, perlomeno - parziale compensazione negli spunti musicali ed eruditi in genere che il binomio di scrittori profonde.
La presenza della musica è garantita dal personaggio di Hans Ludwig Kruysen, illustre pianista in pensione, che spesso dispensa "trattenimenti musicali" agli abitanti del luogo.
Al di là dei puntuali accenni a Bach, Buxtehude e Schumann, il passo - breve - che più mi ha avvinto è relativo ad una rappresentazione dei Preludi di Debussy, in quanto mi sembra cogliere con particolare facilità e felicità la sostanza musicale che è propria del "Claude de France":

...Ce qu'a vu le vent d'Ouest...La cathédrale engloutie...
Scuote la testa impercettibilmente, ma il Monforti nuota ormai nella intensa liquidità di quella notte, e il tocco "trattenuto" del Maestro, il pedale di risonanza che prolunga i suoni formando quasi un "legato" d'organo non solo non lo disturbano ma lo incantano, lo trasportano di preludio in preludio, lo traghettano attraverso le pause, lo cullano come un morbido rotolio di risacca...

Da un punto di vista squisitamente interpretativo ho notato subito come gli Autori "sposino", al momento di descrivere i Preludi, una determinata tradizione esecutiva del Debussy pianistico, quella che, come ben accennato, si propone una sorta di dilatazione e liquefazione della musica attraverso l'uso del pedale, la legatura delle note ed il pressoché conseguenziale smorzarsi dei toni. E' la lezione di Arturo Benedetti Michelangeli, contro quella di Walter Gieseking o Dino Ciani, più propensi a sfrondare l'interpretazione da quello che malevolmente e per converso potrebbe essere chiamato l'effetto.
E' una questione piuttosto risalente, io mi scannavo con un amico sui banchi dell'università, fingendo di seguire le lezioni di storia del diritto...
Io sento più congeniale la versione di "Ciro" (Arturo B.M.), che del resto state ascoltando nella prima delle Images.
Avverto un particolare accento nel pianoforte di Debussy - in tutta la sua produzione, non solo per il riferimento all'acqua ed al senso (Les sons et les parfums...), ma più sostanzialmente nello sguardo alle scale pentatoniche e nella continua attenzione alla Spagna, che mi trasporta immediatamente verso una musica liquida piuttosto che...cristalliforme.
E' quindi questione di stati della materia acquosa.

Tutto questo comunque sottende un ascolto diretto da parte vostra - come sempre. Ed allora a voi una pagina pressoché omnicomprensiva del Debussy pianistico in formato MIDI.
Alcune esecuzioni sono davvero pregevolmente campionate (altre un po' meno).

















mercoledì, 22 settembre 2004, alle 09:55

lo Smiths-pensiero dà l'idea di quello che provo alla lettura delle mie poesie dopo un certo periodo di tempo che le ho composte.
Invecchiamento precoce.
Incapacità di reggere il cambiamento o di rimanere coerente in cristalli di passato...





venerdì, 17 settembre 2004, alle 01:41
cresciuta in una famiglia devota alla musica classica... l'istinto di Giuni Russo la ha portata ad avventurarsi spesso in repertori trasversali: nell'88 con l'album A casa di Ida Rubinstein ha affrontato con personalità arie e romanze di Bellini, Donizetti e Verdi, e la sua naturale vocazione alla sperimentazione l'ha avvicinata nel '92 alla world-music con Amala.
Proprio di recente, Giuni Russo aveva ricordato i molti problemi avuti con l'industria del disco a causa delle sue proposte sperimentali: "Non hanno mai accettato l'idea che io potessi proporre qualcosa di diverso da Un'estate al mare. Volevano che ripetessi quel successo e per questo mi hanno costretta al silenzio".

Moretti su Repubblica del 15/9, pag.45






martedì, 14 settembre 2004, alle 23:53
ribadisco - e linko tra le risorse audio - l'interesse che mi suscita il progetto scarlattiano online di Claudio Colombo. Che mi scrive una email segnalandomi come il suo cimento sia giunto più o meno al terzo dell'opera omnia.
Non potrei aggiungere niente al giudizio (antifilologico, cromosomico) di superiorità espressiva del pianoforte, che l'interprete esprime nelle pagine dedicate e che mi trova completamente d'accordo.
Più personale ma ugualmente legittima è la scelta - se bene la colgo - di presentare quasi sempre quello che potremmo chiamare il nucleo binario tematico, cioè il cuore della sonata, scevro delle ri-esposizioni.
Analogamente Karajan - nella sua celebre e per me ancora di riferimento esecuzione della sinfonia 'Jupiter' di Mozart - sfrondò il da capo nella esposizione del primo movimento, tagliando tre-quattro minuti di ripetizione.
Certamente in quest'ultima occasione il grande direttore fece una scelta molto pregnante, dettata credo dalla necessità di dare risalto alla vorticosità tentacolare dello sviluppo in rapporto alla semplicità del tema iniziale. In pratica si semplifica per poter meglio individuare la tensione interna, il divenire della materia. Si fa a meno del surplus statico per cogliere appieno il dinamismo.
In Scarlatti questo trova minore ragion d'essere, in quanto, almeno nella maggior parte dei casi, non si può ancora parlare di uno "sviluppo" propriamente detto, ma piuttosto di giustapposizione di temi. Nondimeno è una scelta a favore del più immediato nitore e della intelligibilità del materiale.