torno su una intuizione condivisa (almeno da una persona, il che non è poco). Due notti fa il rito del dormiveglia - non riesco quasi mai a chiudere gli occhi definitivamente prima delle due e mezza / tre, e mi trascino in decubito tra libri dibattiti etc. - mi ha portato su una trasmissione dedicata ad Ungaretti su Raiqualcosa che ad una certa ora diventa RaiEdu. Conduce Sta's Gawronski (figlio in rima di Jas?), che studia dongiovannismo letterario alla Baricco - telecamera puntata sugli occhioni - ma legge piatto. Il programma però è gradevole, e soprattutto lascia spazio al documentario d'epoca.
Il sommo poeta recitava le sue poesie, narrava della sua vita, della perdita del figlio. In entrambi i casi, lo faceva in una dimensione sospesa, una fascia asteroidale di parole ciascuna con la propria velocità e direzione.... unite tra loro solo da una sorta di "legato" pianistico come un filo sottile di ragnatela sonora o anche solo di percettibile tensione. Qualcosa che c'è e non c'è.
Proprio come ci si poteva immaginare venissero lette.
Ecco. Riflettori sulla parola. Rito sacro del vocabolo, o al massimo della coppia dei vocaboli. Densità molecolare. Coesione.
......."Fratello"........ (Ungaretti)
"L'emergenza del tremendo" (Rilke)
Noto nella poesia maschile, questa liturgia della parola (per mutuare dalla Messa), questo cercare in maniera estremamente seria il messaggio e il mistero dentro di essa, scaglia dopo scaglia, questo anatomizzarne i nervi. E tutte le volte che leggo una poesia XY, o provo io stesso a buttar giù qualcosa, la sensazione di sorpresa e di freschezza che si ha passando ad XX, all'altra metà del cielo - sia Dickinson o Donati o Sexton o Merini - è copernicana. Qui domina il canto, la pluralità, la sensazione estesa, la sinestesia. Lo spazio si espande e viene abitato, non si contrae. Ed è pago di se stesso, non deve continuamente interrogarsi, giustificarsi o spiegarsi. Anche Luzi - per il quale ho parlato a suo tempo di poesia adesiva, come l'acqua - o Pasolini, che tentano di dispiegare una musicalità, non si sottraggono al fascino della lenta e ridondante esegesi di se stessi.
La poesia femminile è per me "geneticamente" superiore a quella maschile. O meglio, la sensibilità maschile necessita di spinte più eclatanti per arrivare a risultati poetici.
Nonostante ciò, indugio volentieri nel nostro umile ghetto. Ma consapevole.
Al Parco della Musica di Roma domani sera va in scena uno dei protagonisti del secondo novecento in musica, Steve Reich. Esegue, col suo ensemble, quello che da molti è considerato il suo capolavoro, Music for 18 musicians, scritto nel 1976 e disponibile in almeno due importanti incisioni, quella (spesso considerata la migliore) per ECM, e quella per Nonesuch.
Dal sito ufficiale del compositore è scaricabile un frammento mp3 di una dozzina di minuti circa, particolarmente prezioso in quanto proveniente dalla "prima" newyorkese di quasi trent'anni fa.
L'evento di domani viene trasmesso in diretta da Radiotre (e se qualcuno lo registrasse farebbe una gran cosa, io non posso: mi faccia sapere), la cui pagina dedicata linka ad un gustoso articolo del Financial Times sul compositore, in stile a metà tra l'aneddotico ed il divulgativo.
Per restare in spirito, trovo irresistibile che un compositore a nome Reich lanci i suoi strali su Wagner perché "proto-nazista"!! smile
Più seriamente Reich, pienamente upstream nel correntone minimalista americano che annovera anche Terry Riley, Philip Glass, John Adams etc., si è sempre distinto per un maggior interesse verso la peculiarità sonora dei diversi strumenti, e quindi se si vuole per un atteggiamento più osmotico tra idea musicale ed esecuzione. Inoltre è fautore di uno stile più asciutto, basato sulla varietà dello sviluppo piuttosto che sulla immediata e statica fascinazione del tema. Questo lo pone nel gusto di certi in chiave antitetica a Philip Glass, perlomeno all'ultimo Glass, certamente più prolisso e meno ispirato rispetto agli anni '70 - tanto che a volte riutilizza il suo stesso materiale (The Hours).
Io li amo entrambi.
>>> sfogliando il sito ufficiale: Reich sarà (in corpo o in pentagramma) nuovamente in Italia, a Perugia il 20 novembre ed il 22 a Roma, per eseguire Drumming - altro capolavoro - con il Kroumata Percussion Ensemble , complesso svedese gloriosamente dedito alla contemporanea (incidono o almeno incidevano per la connazionale BIS, ho un loro estratto dal cd dedicato a Rolf Wallin).
Lei ha scritto: "Vi sono tre specie di malinconia: russa, portoghese e ungherese".
Il popolo più malinconico che io conosca è quello ungherese, basta la musica tzigana a testimoniarlo. Brahms, da giovane, ne era rimasto affascinato. Il che spiega la malia insinuante della sua opera.
Lei ha scritto: "Se c'è qualcuno che deve tutto a Bach, è proprio Dio".
Senza Bach, Dio sarebbe sminuito. Senza Bach, sarebbe un personaggio di terz'ordine. Solo con Bach si ha l'impressione che l'universo non sia un fallimento. In lui tutto è profondo, reale, senza finzioni. Non si può sopportare Liszt dopo Bach. Se esiste un assoluto, è Bach. Non si possono avere sensazioni simili con un'opera letteraria, perché in Bach non c'entra il linguaggio. Certo, ci sono dei testi su Bach, ma non eccezionali. Il suono è tutto. Bach dà un senso alla religione. Bach compromette l'idea del nulla dell'altro mondo. Non tutto è illusione quando si ascolta un tale richiamo. Ma è Bach, soltanto Bach a fare questo, non importa che nella vita fosse un uomo mediocre. Senza Bach sarei un nichilista assoluto.
(...)
Bach per me è un dio. Non riesco a concepire che ci siano persone che non capiscono Bach, eppure ce ne sono. Io credo che la musica sia veramente l'unica arte capace di creare una complicità profonda tra due esseri umani. Non la poesia, soltanto la musica. Chi non è sensibile alla musica soffre di una infermità enorme. E' impensabile che qualcuno possa essere insensibile a Schumann e Bach, mentre ammetto benissimo che qualcuno possa affermare di non amare la poesia. Ma nel caso della musica è un'altra cosa, è qualcosa di molto grave.
(...)
La musica...è l'unica arte che conferisca un senso alla parola assoluto. E' l'assoluto vissuto, vissuto però tramite un'immensa illusione, visto che si dissolve subito al ristabilirsi del silenzio. E' un assoluto effimero, un paradosso, insomma. Questa esperienza, per poter durare, deve essere rinnovata all'infinito, simile all'esperienza mistica, della quale, una volta ritornati alla quotidianità, non resta traccia.
Ci sono dei momenti privilegiati per ascoltare musica?
Di notte la musica assume una dimensione straordinaria. L'estasi musicale eguaglia quella mistica. Si prova la sensazione di toccare un estremo, di non poter andare oltre. Non esiste né conta più nient'altro. Ci si trova immersi in un universo di purezza vertiginosa. La musica è il linguaggio della trascendenza. Il che spiega le complicità che crea tra gli esseri umani. Li immerge in un universo dove cadono le frontiere. E' un peccato che Proust, il quale ha analizzato molto la musica e i suoi effetti, ignori la sua capacità di trasportarti oltre la sensazione. D'altronde è significativo, a questo riguardo, che non abbia avuto dimestichezza con Schopenhauer e si sia attenuto a Bergson. Non va oltre la psicologia. (...) Gli faceva difetto la vera inquietudine metafisica. Le sue esperienze musicali sono sempre connesse con la sua storia personale. Non lo portano al di là della sua vita, della vita. Al mondo della musica si accede veramente solo quando si oltrepassa l'umano. La musica è un universo, estremamente reale seppure inafferrabile ed evanescente. Un individuo che non possa penetrarvi, perché insensibile alla sua magia, è privo della ragione stessa di esistere. Il supremo gli è inaccessibile. Comprendono la musica soltanto quelli a cui è indispensabile. La musica deve farti impazzire, altrimenti non è nulla.
L'opera di Cioran è edita da Adelphi. Questi brani sono tratti da "Un apolide metafisico - conversazioni" (Piccola biblioteca 520).
[Detto tra noi, credevo che l'ultima triade di concerti - Muti/Lang/Argerich, nomi di grosso calibro con risultati interpretativi che in nessun caso avevo giudicato perfetti o eccellenti - avesse tristemente svelato l'acquisizione da parte mia di un senso critico troppo esigente ed anche un poco snob, sempre pronto ad individuare il bicchiere mezzo vuoto o anche solo vuoto per un quarto, anziché il liquido ben presente. La serata di ieri mi ha fatto ricredere, confortandomi di sensazioni entusiastiche.]
Il Quartetto Alban Berg è sicuramente, se non il più grande, tra i due-tre più grandi ensembles in attività, e ieri ne ha dato piena prova, insieme al violoncellista Mario Brunello che è entrato in scena dopo l'intervallo. La magnificenza delle loro letture deriva da una tecnica inappuntabile anche di fronte a passaggi tematici strettissimi, unita ad una marcatissima ricerca dell'espressione. Ed è quest'ultimo un valore aggiunto di fronte a partiture che, con tale approccio, da pagine virtuosistiche riescono appieno ad elevarsi a paesaggi dell'anima, di tutti i suoi complessi risvolti.
La costante di tutto il concerto è la perfetta padronanza e sincronia degli elementi del quartetto, col primo violino Guenter Pichler, sommo e raffinato virtuoso con solo qualche trascurabile episodio d'asprezza nel primo brano (il D703), che col suo gesto di slanciarsi leggermente sulla sedia nei passaggi più precipitati sembra somatizzare la musica; per converso, il violoncellista Valentin Erben, minimale nel gesto, dota il suo strumento di una incredibile e pressoché infinita varietà di sfumature espressive, dalla frase impetuosa alla sottolineatura eterea ed impalpabile. Di grande levatura anche gli altri due membri, il secondo violino Gerhard Schulz e la viola Thomas Kakuska.
Già la loro lettura d'apertura del Movimento di quartetto (Quartettsatz) in do minore D703 di Franz Schubert dà conto di una raffinatezza estrema nello sviscerare l'alternanza di cantabile e presto, fissità contemplativa e slanci di dinamismo, secondo canoni estetici assolutamente confacenti allo Schubert cameristico, che non è mai semplice e che sembra costantemente presagire la fine dentro o dietro ogni spensieratezza.
Viene poi la Suite "Lirica" di Alban Berg, interpretato come epigono del romanticismo, con una chiave ermeneutica sostanziale e perfettamente coerente con la completa libertà espressiva dell'Autore, il quale, pur avendo già compiutamente assimilato il metodo dodecafonico, lo riserva solo - come si legge nelle note di sala - alle due estremità dell'opera (primo e sesto movimento), nonché a parte dello straniante terzo. Peraltro molte sono le citazioni tonali anche nei movimenti dodecafonici: dai temi della sinfonia di Alexander von Zemlinsky alla quale il titolo rende omaggio, al tema d'apertura del Tristano e Isotta. Opera-simbolo per un compositore qui davvero innalzato e al tempo stesso divorato dalla passione amorosa.
La lettura del Berg è quantomai "monstre", di pulizia assoluta e tale da restituire al meglio i passaggi più moderni e formali - quali il "lunare" Trio estatico del terzo movimento, o il fugato su una serie dodecafonica che apre il Largo desolato conclusivo. Ma rispetto ad altre letture più algidamente orientate all'indagine della modernità (Quartetto Arditti, l'altra esecuzione discografica di riferimento), il tema conduttore è una "filologica" passionalità spinta alle estreme conseguenze. Ne risultano, tra tutti, un Adagio appassionato ed un Presto delirando (il famoso movimento che sembra evocare l'amplesso con l'amata) di grandissimo valore interpretativo.
Dopo la pausa, entra in scena l'ospite Mario Brunello, che già dalle prime battute si integra alla meglio con la formazione, costituendo nella gestualità più accentuata una sorta di dioscuro mediterraneo in rapporto ad Erben.
E' in programma il grande Quintetto in do maggiore D956 di Schubert. Di durata intorno all'ora, esso viene datato 1828, anno della morte del Maestro, e pubblicato postumo.
Il critico Alfred Einstein sottolineò giustamente l'impianto sinfonico (per il massicio ricorso al "ritenuto" ad opera di violino secondo e viola) che però non si trasforma mai in magniloquenza fine a se stessa. In pratica, non ci muoviamo di un millimetro dall'intimismo che ha contrassegnato tutta la serata.
L'ensemble prosegue alla meglio il suo lavoro di introspezione, senza mai forzare il dato "romantico" a discapito della chiarezza espressiva. La partitura scorre con naturalezza, lungi dall' appesantirsi come potrebbe rischiar di fare date le dimensioni dei movimenti: l'ascolto è leggero e gradevolissimo, e come nello Schubert d'apertura la coesistenza di serenità ed inquietudine è riportata in pieno in un cristallino gioco di contrapposizioni che si risolve alla fine non in complicati escatologici significati ma nel trionfo della purezza dei temi, delle variazioni, delle forme. Soprattutto i primi due movimenti, l'Allegro ma non troppo e l'Adagio, testimoniano questa felicità interpretativa, con un Pichler veramente stellare.
Applausi scroscianti, cinque chiamate sul palcoscenico e, forse per l'ora tarda, nessun encore, ma rimane la sensazione di avere assistito ad un evento di portata artistica non comune.
Il Quartetto Alban Berg è a contratto per la EMI classics, ed ha registrato, tra gli altri, tutti e tre i capolavori ascoltati ieri.
Sono molto contento quando realizzo come a partire da questo weekend, per culminare nell'evento Radu Lupu del 20 marzo prossimo, la musica di Alban Berg sia più che mai sotto i riflettori del Teatro della Pergola.
Gli Amici della Musica propongono oggi alle 16 il concerto del quartetto tedesco Artemis, che tra Mendelssohn (orchestrato da Aribert Reimann) e Beethoven annoverano in scaletta lo splendido e appassionato Quartetto per archi op.3 del compositore viennese.
Il concerto sarà ripreso da radiotre che lo proporrà non so bene se in diretta (dubito) o in altra data.
Domani invece (e ci sarò), i fenomenali quartettisti - guarda un po' - del Quartetto Alban Berg (probabilmente la migliore formazione sulla scena oggi) ci proporranno in mezzo ad un programma schubertiano (che vedrà la partecipazione di un altro "big", il violoncellista Mario Brunello) la famosa Suite Lirica.
Lupu, invece, eseguirà la Sonata per pianoforte op.1.
Alban Berg è spesso stato oggetto di sbrigativa considerazione. Allievo di Schoenberg, segue sin dall'op. 2 il metodo seriale dodecafonico, ma con ampie deroghe, cercando spesso di aggregare il sistema intorno a rispondenze armoniche del tutto apparentate con la tonalità.
Questo rende il suo ascolto qualcosa di enigmatico ed affascinante, con oceani di tensione da cui emergono improvvisi atolli di straziante lirismo (come nel Concerto per violino o nelle due opere liriche, Wozzeck e Lulu). Ma al tempo stesso lo ha posto tra l'incudine degli anti-dodecafonici ed il martello di chi invece vedeva ogni ripensamento della "nuova musica" come una sorta di eresia.
Suggestiva la posizione in questo senso di Adorno che, alla stregua di Wagner, individuava questi "raggruppamenti di tonalità" quasi fossero leitmotiv e dava loro un significato filosofico-politico di corruzione (celebre è il "tema dell'oro" in do maggiore nella Lulu).
Molto spesso poi a sfavore di Berg ha giocato l'esser comunque "eterno allievo": la Sonata - vero capolavoro difficilissimo da interpretare a mio avviso - è ancora oggi liquidata a volte come "compito in classe".
Ma ancor più deteriore è l'atteggiamento critico di chi interpreta queste opere cercando di decifrarle più che percepire il fatto emozionale dell'ascolto. Le relazioni intervallari più importanti delle sensazioni dirette? Non credo proprio. Eppure la Suite Lirica è quasi più famosa non per la sua qualità ma per la cifratura del suo tema principale: dove A-B-H-F, cioè la-si bemolle-si naturale-fa, diventa "Alban Berg Hanna Fuchs", cioè le iniziali del compositore e della sua amante...
Occorre tornare al valore intrinseco della musica contemporanea, ricondurre a minore importanza (a parte il loro valore storico) i metasignificati: tornare ad inspirare la musica e solo in base a questo, cioè alle nostre molecole, giudicarla, cioè espirare o tossire.
Rallegramenti al Maestro Giuseppe Lanzetta, che stasera alle 19 - primo direttore d'orchestra in assoluto - riceve in San Marco la medaglia "Beato Angelico", in precedenza assegnata a personaggi della cultura quali Luzi, Wertmuller, Panerai, Zeffirelli ed altri.
Seguirà un concerto dell'ORCAFI con musiche di Benedetto Marcello, Morricone, Mozart e Rossini.
Avendolo spesso seguito e recensito conosco da tempo la egregia qualità direttoriale di Lanzetta, che soprattutto in Vivaldi raggiunge livelli di assoluto rilievo.
ovvero, del concerto di ieri con Martha Argerich al pianoforte, l'Orchestra della Toscana e Alexandre Rabinovitch - suo compagno nella vita - sul podio.
"La Argerich"! Siamo nell'ambito delle superstar, dal tocco leggendario: eppure questa pianista mi è sempre risultata di complessa interpretazione, come le persone che guardi intensamente e che sembra sempre siano col penisero ad altro rispetto a quello che fanno o dicono...
Morbidezze seriche, qualità; e poi, quando meno te lo aspetti, nervosismi di diamante grezzo, al limite della discronia.
La prima parte del concerto non è stata da ricordare. Si apriva con una composizione dello stesso Rabinovitch - Jiao, per orchestra e pianoforte elettrico - che si proponeva di investigare tematiche spirituali e religiose attraverso una struttura di stampo minimalista o comunque ripetitivo, per scale intervallari molto serrate e secondo modalità molto più ampie rispetto alle armoniche tradizionali. Il riferimento evidente è alla musica di Terry Riley, disconoscendone al contempo - anzi, sovvertendone - il rigore metrico in favore di un legato generalizzato e straniante. L'uso dell'elettrico è risultato determinante nell'appesantire l'ascolto ed indisporre molti ascoltatori, certamente più avvezzi al classicismo tout court che il resto del programma riservava.
Ed allora aspettiamo il direttore alla prova di Mendelssohn, con la sua prima sinfonia scritta alla tenera età di quindici anni (1824)!
Prova non superata, ahimé. Proprio l'impianto, gioviale ma giocoforza (novellae aetatis causa) con qualche accademismo a scapito della freschezza inventiva, necessitava di uno sforzo particolare nella coesione orchestrale e nella cura del dettaglio sonoro. Tutto questo è totalmente mancato, in particolare nella incontrollata e in qualche caso fuori tempo sezione dei fiati. L'impressione generale è stata di una non velata anarchia, con qualche tentativo di ripresa nel secondo ed all'inizio del quarto movimento, e con la parziale attenuante della indisposizione di un violinista che è stato accompagnato dietro le quinte da un collega durante l'esecuzione, senza che questa si interrompesse.
Dicono che nel punto in cui il giovane Siddartha posava il piede, subito una rosa crescesse. Tale effetto ha sicuramente contrassegnato, dopo l'intervallo, la entrée di Martha, acclamatissima sin dall'inizio. Per incanto, la sua presenza cura il suono della compagine orchestrale (peraltro più cameristica e dunque misurata nell'insieme), ed il Concerto in re maggiore Hob. XVIII:11 di Haydn , che non conoscevo, ne risulta particolarmente brillante e levigato: ottimo il dialogo tra orchestra e solista, perfetta la tecnica di quest'ultima, belle le cadenze in qualche modo pionieristiche rispetto ad un pianismo di marca beethoveniana, dunque anche coerenti con questa inquietudine stilistica di fondo della Argerich di cui parlavo prima. Sicuramente un bel salto di qualità rispetto alla prima parte della serata!
Con l'attesissimo Concerto n.20 in re minore KV466 di Mozart, infine, assistiamo purtroppo al parziale ripetersi dello scollamento orchestrale, con una ricerca della drammaticità e del preromanticismo così serrata da risultare in certi punti forzata rispetto a misura ed amalgama. L'interpretazione anche qui inappuntabile della Argerich, morbida e anche lei - ma con altra classe - preromantica e cromatica nelle cadenze (credo di LvB), stavolta non riesce a lenire questo cupo retrogusto.
Le ovazioni del pubblico giungono al bis del rondo finale del concerto haydniano, eseguito con un quid di fretta in più.
Domani leggerete sulla stampa di un grandissimo concerto: pur nella bontà di alcuni esiti, era lecito attendersi una maggior cura.
Il concerto è stato dedicato al Direttore Artistico dell'ORT Sergio Sablich, che versa in gravi condizioni di salute. A lui un affettuoso augurio ed incoraggiamento da parte di questo blog.
il Maggio Musicale della prossima primavera mi sembra assolutamente all'altezza, compensativo rispetto a stagioni passate meno felici, in cui Zubin Mehta - ottimo direttore - assumeva le proprietà del prezzemolo (dirigeva tutto lui). Nonostante le non proprio tranquille acque in cui s'aggira la gestione finanziaria del nostro primo teatro cittadino, il cartellone si atteggia a vero parterre de roi: molti "carichi da undici", ma anche proposte stimolanti.
Sulla scia di starsailor che si è già programmata i concerti fino al 2009 (smile), anche io faccio "outing", e, sperando che pecunia e fortuna mi assistano, dico che non mancherò assolutamente il Don Giovanni con la Devia e la Frittoli, né il Boris Godunov con la regia del chiacchieratissimo Nekrosius. Altrettanto imprescindibile il Mozart di Abbado, per il quale ci sarà da correre al botteghino già nei prossimi giorni: un Mozart così sottovalutato dalla critca, il suo, ma continuo a ritenerlo - almeno nelle ultime due sinfonie - il migliore in assoluto ex aequo col Karajan degli anni sessanta. Anche Riccardo Chailly alla sua prima volta sul podio del Comunale profuma di evento e, in armonia con le sue corde direttoriali, propone un programma ispirato in qualche modo all'ultimo "fideismo sinfonico" (Brahms, Skrijabin), inframmezzato da Beethoven.
Un gradino sotto metto la Tosca d'apertura, che ex se mi interesserebbe poco (già vista, oltretutto), ma giocano a suo favore il nuovo allestimento e la splendida voce di Violeta "Eboli" Urmana, un mezzosoprano che vivrà - credo - per trafiggere Scarpia (Ruggero Raimondi) più che d'arte e d'amore...
Tutto il resto è ugualmente meritevole e stimolante, ma forse cederò alla pigrizia, ed il primo sacrificato illustre sarà Aldo Ciccolini, sublime il suo Debussy, ma abbinato ad un Mussorgskij per cui non vado pazzo (e che ho già assaporato in versione orchestrale).
E poi l'evento pianistico della stagione è dall'altra parte della città, esattamente fra un mese. Per gli amici della musica, al Teatro la Pergola, Radu Lupu, forse il più grande pianista vivente. Domenica 20 marzo
Dopo tutto questo chiederò la carità, ma felice.
Dimenticavo la nona di Beethoven in piazza Signoria a luglio, a chiusura della stagione. Un'usanza piacevole. forse un revirement dopo che, a giustificare il nulla celebrativo del Capodanno a Firenze, l'assessore alla cultura - ricordate? - sminuiva il valore dei concerti in piazza.