è tempo d'estate dunque anche di libri utili a sopportare il terziario arretrato (cit.) degli ombrelloni limitrofi. Ieri ho regalato le cilieGE alla mia collega d'ufficio che compie gli anni. Chiaramente il dubbio che il plurale fosse scritto bene, saltatomi in mente con la memoria della mia maestra di quarta elementare (signora Romìo, Vicenza) che mi scolpì in testa la "regoletta", è emerso in rete già da una settimana in luoghi autorevoli, cui vi rinvio.La soluzione della Crusca è salomonica: si scrive GIE ma è tollerato anche il GE.
Le discussioni sono state immediate, e suppongo che, con sollazzo gaberiano, la lettera i sarà divenuta di sinistra...
La Fallaci probabilmente aveva un gusto per l'inusuale che s'insinuava anche nel grammaticale ("sé stessa," come ricorda un commentatore).
Si dirà: e i correttori di bozze? Certo non avevano la forza d'imporsi a un tale calibro. Tra l'altro vengo or ora dalla lettura di un discreto libro massacrato da iceberg del tipo pare che i nonni vennero dalla Germania. Mi hanno detto che ho l'occhio troppo clinico: suvvia! Mi hanno detto che spesso la fretta di fare uscire il libro al momento giusto travolge l'editing. Ci credo. Però la figura del correttore mi sembra alquanto evanescente di questi tempi. E, visti cotali strafalcioni, un lemma colloquiale si può anche perdonare, sperando che al fiume del linguaggio (come amava scrivere Savigny) non vengano troppo meno gli argini.
Una preghiera: non chiamatelo fiorentinismo, anche se magari lo è. Vi scongiuro. Valige e ciliege mi han sempre comunicato il lato deteriore, sordido, del gergo fiorentino. Tradotto: mi danno l'idea che ci sia un ioboia sùbito dopo.





