Entusiasmante in particolare lo Schubert d’apertura, con Andante e Allegro finale coinvolgenti, agogicamente perfetti e senza alcuna retorica. Più routinaria nei primi due movimenti, anche se meritoriamente svuotata di ogni surplus di gravità, l’esecuzione della KV550, per poi risollevarsi nel Minuetto ed anche qui in un Finale, caposaldo (assieme a quello della gemella) della storia sinfonica, che dispensa incanti ad ogni ascolto e che è stato affrontato con giusto piglio e ineccepibile tecnica. Per alcuni il Mozart abbadiano è algido, ma a me piace così, non mi piace quando viene messo su un letto a lamentarsi del suo sciagurato destino.
La sensazione dominante è comunque data dal caleidoscopio di microsoluzioni interpretative (rapporti di volume tra gruppi, dinamiche della frase) disvelatomi lungo tutta la partitura. Alcune le ho condivise, altre meno, ma tutte avevano una loro logica e dunque mi hanno arricchito. A ben vedere, anche l’austero Gianandrea di bèrghem, di cui tra poco più di un mese ricorre il centenario della nascita, avrebbe forse approvato.





